Baccalà alla Vicentina: ricetta e storia
21/06/2026
Lo stoccafisso — il merluzzo nordico essiccato all'aria aperta sulle isole Lofoten, non il baccalà sotto sale, nonostante il nome vicentino faccia a pugni con questa distinzione — raggiunge la pianura veneta attraverso una filiera commerciale che ha radici nel tardo Quattrocento, quando il nobile veneziano Pietro Querini naufragò sulle coste norvegesi e tornò con un carico di quel pesce duro come legno che avrebbe cambiato la dieta dell'entroterra padano. Il baccalà alla vicentina, nella sua ricetta tradizionale e nella sua storia, è il risultato di questa contaminazione geografica e culturale: un piatto che nasce dall'incontro tra la tecnica conserviera scandinava e la cucina grassa, aromatica, paziente del Veneto montano.
Vicenza ha fatto del baccalà — che a Vicenza significa stoccafisso, con una sovversione lessicale consolidata da secoli — un'identità gastronomica tanto radicata da proteggerla con una confraternita dedicata: la Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina, fondata nel 1987, custodisce la ricetta codificata e promuove il piatto con la serietà che in altre città si riserva ai disciplinari DOC. La ricetta tradizionale non è depositata per vezzo folkloristico, ma perché le varianti — e ce ne sono, tra Vicenza, Valdagno, Schio e la pedemontana — rischiano di diventare versioni degradate di qualcosa che ha una logica tecnica precisa e riconoscibile.
Parlare della baccalà alla vicentina ricetta storia significa quindi muoversi su due piani paralleli: quello storico-antropologico, che spiega perché uno stoccafisso norvegese sia diventato il simbolo della cucina di una città di terraferma; e quello tecnico-culinario, che riguarda la cottura, i tempi, i grassi, le proporzioni tra ingredienti che trasformano un pesce fibroso e tenace in una preparazione cremosa, quasi fondente, di una ricchezza aromatica difficile da ottenere per altra via.
Le origini storiche del piatto e il ruolo del commercio veneziano
Il naufragio di Pietro Querini nel 1431-1432 sull'isola di Røst, nelle Lofoten, è il punto di partenza documentato della storia dello stoccafisso in Italia nordorientale: Querini, nel suo resoconto del viaggio, descrisse con precisione il metodo di essiccazione del merluzzo e ne portò a Venezia alcuni esemplari, aprendo una rotta commerciale che avrebbe rifornito il Veneto per secoli. La Serenissima già conosceva il pesce conservato, ma lo stoccafisso nordico aveva qualità organolettiche diverse dal baccalà atlantico e una shelf life pressoché indefinita, caratteristica preziosa per i traffici su lunghe distanze. Vicenza, posta lungo le vie di comunicazione tra Venezia e i territori alpini, divenne uno dei nodi principali di questo commercio: i mercanti vicentini acquistavano lo stoccafisso dal porto lagunare e lo redistribuivano verso l'entroterra, trattenendone una quota rilevante per il consumo locale, che nel tempo si strutturò in preparazioni sempre più elaborate e codificate.
La diffusione del piatto nella cucina domestica vicentina si consolidò tra il XVI e il XVIII secolo, in parallelo con la crescita economica della città e con il radicamento di una borghesia mercantile che poteva permettersi ingredienti di qualità — latte, olio extravergine, acciughe salate, cipolle dorate — da abbinare a uno stoccafisso che, ammollato correttamente, diventava la base proteica di un piatto ricco senza essere costoso come la carne. Le famiglie nobili e borghesi vicentine svilupparono versioni proprie, con varianti nelle proporzioni di latte e olio, nell'uso o meno della farina per infarinare il pesce, nell'aggiunta di prezzemolo fresco a fine cottura; ma la struttura del piatto — stoccafisso battuto, ammollato, cotto lentamente nel latte con cipolle stufate nell'olio e acciughe disciolte — rimase sostanzialmente stabile.
La differenza tra baccalà e stoccafisso: una questione lessicale con conseguenze pratiche
Chiunque abbia lavorato con entrambi i prodotti sa bene quanto la confusione terminologica generi errori tecnici che compromettono il risultato finale: lo stoccafisso è merluzzo essiccato senza sale, duro, con un contenuto proteico concentratissimo e una struttura muscolare che richiede battitura e ammollo prolungato per reidratarsi; il baccalà è merluzzo sotto sale, più morbido, con una sapidità più aggressiva e tempi di dissalazione diversi. La ricetta vicentina usa lo stoccafisso, ma la tradizione locale lo chiama baccalà, creando una discrepanza che in cucina non è un problema fintanto che si sa cosa si sta usando, ma diventa un ostacolo quando la ricetta circola fuori dal territorio d'origine. Nei ricettari nazionali del Novecento, questa ambiguità ha prodotto versioni ibride e tecnicamente errate; la Confraternita ha lavorato proprio su questo punto per fissare il disciplinare con precisione: stoccafisso norvegese, possibilmente della varietà ragno, ammollato per almeno due o tre giorni in acqua corrente fredda.
Gli ingredienti e le proporzioni della ricetta tradizionale
Per un chilo di stoccafisso già ammollato e ben battuto — la battitura con un mazzuolo o il bordo di un coltello serve a rompere le fibre e facilitare l'assorbimento dei liquidi durante la cottura — la ricetta codificata dalla Confraternita prevede tre cipolle bianche medie affettate sottilmente e stufate in abbondante olio extravergine d'oliva fino a diventare trasparenti e dolci, senza doratura eccessiva; quattro o cinque filetti di acciuga salata, dissalati e aggiunti alle cipolle a fuoco basso fino a sciogliersi completamente nella base aromatica; mezzo litro di latte intero fresco; olio extravergine d'oliva in quantità generosa, distribuito a filo sul pesce durante la cottura e aggiunto a più riprese; prezzemolo fresco tritato e, secondo alcune varianti familiari consolidate, un cucchiaio raso di farina per infarinare i pezzi di pesce prima di disporli in casseruola. Il sale va valutato con attenzione, tenendo conto che le acciughe e lo stoccafisso stesso, anche ben dissalato, portano già una sapidità residua non trascurabile.
La preparazione del pesce richiede attenzione: eliminare la pelle, le spine e le parti cartilaginee con cura, quindi spezzettare la polpa in pezzi di dimensione uniforme — né troppo piccoli, perché si disferebbero durante la lunga cottura, né troppo grandi, perché non assorbirebbero uniformemente i liquidi. Infarinare leggermente ogni pezzo ha una funzione precisa: non serve a creare una crosta, ma a trattenere i liquidi di cottura a contatto con la superficie del pesce, favorendo quella consistenza cremosa che distingue il baccalà alla vicentina riuscito da una versione secca e fibrosa.
La tecnica di cottura: tempi, contenitore e gestione del calore
La cottura del baccalà alla vicentina è lenta per necessità strutturale, non per convenzione: lo stoccafisso reidratato mantiene una tenacità muscolare che solo un calore prolungato e umido riesce a trasformare in quella morbidezza fondente che è la caratteristica distintiva del piatto. La casseruola tradizionale è di coccio o ghisa, con coperchio, capace di distribuire il calore in modo uniforme senza punti di surriscaldamento; il fondo viene coperto con parte del soffritto di cipolle e acciughe, i pezzi di stoccafisso disposti in un unico strato — o al massimo due, ben alternati — e ricoperti con il resto del soffritto, quindi bagnati con il latte e l'olio versati a filo. Il fuoco deve essere bassissimo: un fremito appena percettibile, mai un'ebollizione; la cottura dura da quattro a cinque ore, con un movimento periodico della casseruola — il famoso soazo, la "scuotitata" in dialetto veneto — che mescola i liquidi senza rompere i pezzi di pesce. Questo movimento è essenziale: rimescolare con un cucchiaio spezza la polpa e disperde la cremosità che si forma progressivamente.
La verifica della cottura avviene per osservazione diretta: il piatto è pronto quando il latte si è quasi completamente assorbito o evaporato, il grasso si è separato in superficie formando uno strato lucido e dorato, e la polpa cede senza resistenza alla pressione di un cucchiaio. Il prezzemolo fresco va aggiunto solo a fuoco spento, per non perdere la fragranza volatile; qualche cuoco aggiunge una macinata di pepe bianco, più delicato del nero sulla polpa del pesce.
Il servizio tradizionale e gli abbinamenti consolidati
Il baccalà alla vicentina si serve con polenta bianca morbida — non gialla, non grigliata, non abbrustolita: bianca, morbida, colata sul piatto come letto di accompagnamento — perché la polenta bianca di mais biancoperla, varietà tipica del Veneto orientale, ha una dolcezza neutra e una consistenza che assorbe il condimento del baccalà senza sovrapporsi aromaticamente. Servire il piatto il giorno successivo alla cottura, riscaldato lentamente con un filo d'olio aggiunto, è una pratica diffusa nelle famiglie vicentine che non deriva dalla convenienza ma dall'esperienza: il riposo notturno lascia che i grassi e i liquidi si ridistribuiscano nella polpa, migliorando la consistenza e arrotondando i sapori. L'abbinamento enologico preferito nelle trattorie storiche della provincia è il Tai Rosso dei Colli Berici, un vino leggero, fresco di acidità, con un tannino fine che bilancia la grassezza del piatto senza coprirne la delicatezza aromatica; in alternativa, un Soave classico di buon corpo accompagna la versione in bianco con uguale coerenza territoriale.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to